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title: "Welfare di prossimità e Provider: più relazioni, più reti, più fiducia. | Jointly"
description: Mettersi insieme, fare rete, tra le aziende, tra le istituzioni, nel lavoro e nella vita. Basta accostarsi per un momento all'identità culturale che sta di
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# [Welfare di prossimità e Provider: più relazioni, più reti, più fiducia. | Jointly](https://jointly.pro/blog/2018/7/13/welfare-prossimita-provider-piu-relazioni-piu-reti-piu-fiducia)

 Scritto da [Jointly](https://jointly.pro/blog/author/jointly) | Jul 12, 2018 10:00:00 PM

## **Mettersi insieme, fare rete, tra le aziende, tra le istituzioni, nel lavoro e nella vita. Basta accostarsi per un momento all'identità culturale che sta dietro la nostra Idea di Welfare Condiviso per capire che avere più forza nel ''dare un aiuto'' non è un’idea nuova, ma non sempre facilmente realizzabile per via  di Individualismi mai sopiti (anche da parte di chi si dovrebbe occupare di sociale)**

*di Fabio Galluccio*

## *Dalle società di mutuo soccorso alla Sharing  Economy *

 Pensiamo per un attimo a ciò che erano le società di mutuo soccorso dei primi del ‘900: associazioni nate per coalizzarsi e mettere in comune risorse proprie per offrire mezzi di sostentamento ai consociati. Oggi chiameremmo senza dubbio questo modo di operare '' *sharing economy'', *anche perché il tema dell'aggregazione della domanda di sostegno è tornata ad essere un focus fondamentale dei governi e della società. In questo **le iniziative di welfare aziendale** hanno dato una forte spinta; e ciò è avvenuto  non solo in chiave di autotutela, sotto forma di mutue e di assicurazioni/previdenze integrative, ma anche dal punto di vista di chi offre servizi: **unire la domanda produce economie di scala, riduce la frammentazione, crea massa critica**. Come scrive **Sergio Pasquinelli** su *Wellforum*,  ci sono libri che mettono voglia di discutere. E quello curato da **HousingLab - ** ***Cohousing. L’arte di vivere insieme *** (Altreconomia, 2018), appena uscito, è fra questi.  

## *Buone pratiche...ma quanti ostacoli! *

Dietro molta narrazione ottimistica e buone pratiche rimangono però ostacoli importanti, vediamone qualcuno:

> Per esempio **aggregare la domanda delle famiglie attraverso mutue territoriali** con cui sostenere sia i propri associati (intercettati utilizzando grandi bacini associativi o aziendali) sia chi vi contribuisce in modo volontario. Mutue che si possono collegare a fondi sanitari integrativi per offrire servizi sociali e sociosanitari. Allo stato attuale si tratta di **esperienze limitate** per numero e nelle dimensioni, **anche se molto interessanti**, **come Unisalute del gruppo Unipol**.

Rimangono aperte diverse domande in prospettiva, per esempio:

- **come incentivare la mutualità nel lavoro atipico e partite Iva?**
- **Quali i vantaggi rispetto a schemi assicurativi tradizionali?** 

l tutto in un contesto culturale in cui, secondo Sergio Pasquinelli, per un trentenne è bassa la propensione ad assicurarsi  *out of pocket*  contro i malanni che potrà avere da anziano. Resistenze culturali che si possono riscontrare anche ad un livello più micro: 

> E’ il caso per esempio della **badante di condominio**: figura molto idealizzata ma ancora poco diffusa. **In una indagine dell’Università Bocconi** su un campione di anziani in Emilia Romagna, **solo il 24 per cento si è dichiarato disponibile a condividere una badante con altre famiglie** **all’interno del proprio condominio o quartiere**. Meno forse sugli “asili nido”  o “baby-sitter”condominiali come le *Tagesmutter*, che hanno successo in Trentino-Alto Adige, ma che si stanno estendendo in altre realtà regionali.

**Certo aggregare la difformità è complicato e costoso**. L’anziano solo, non autosufficiente, ha bisogno di un rapporto uno a uno con la sua badante: **dentro questo rapporto non ci sono margini per una sovra-struttura organizzativa, per quanto leggera, che intenda fare impresa sulla non autosufficienza**. Lo sanno bene le imprese sociali che ci hanno provato.   

## *Fiducia e vicinanza alla base dei rapporti*

L’esperienza di molti progetti mostra come **il welfare collaborativo porta ad avvicinare persone con caratteristiche a volte anche diverse**, ma per piccoli gruppi.  Nelle esperienze di co-housing ben illustrate nel libro richiamato in apertura, intese come gruppi di famiglie che vivono in situazioni di prossimità, che condividono spazi e aiuti reciproci, i due terzi dei casi censiti contano meno di 20 alloggi. Vengono in mente le esperienze delle Comuni degli anni 70 che non nascevano come co-housing e forse con finalità diverse , ma che alla fine rispondevano a molte delle esigenze che oggi riscontriamo. I corsi e i ricorsi storici. **La visione del welfare (italiano) ci porta a sottolineare la distanza breve tra le persone, le diffidenze verso le grandi agenzie di cui non si conoscono i volti e le persone, la vicinanza come valore**. Ecco perché la qualità delle prestazioni fornite diventa tema fondamentale.  

## *Creare fiducia e relazione nell'era delle piattaforme digitali*

Nella** ** ***sharing economy***  va da sé che **le piattaforme digitali possono essere un mezzo aggregativo potente**, ma devono essere maggiormente personalizzate e parlare anche con volti e voci alle persone. In più è necessario da parte di chi gestisce queste piattaforme, un controllo di **qualità serrato sulla offerta di** **servizi**. Le relazioni “lunghe” non viaggiano sulle piattaforme digitali, perché hanno bisogno di **fiducia**. Nei siti della  *sharing economy*  questa **si alimenta attraverso il sistema dei ** ***feed back**.*   Meccanismo ancora del tutto estraneo, e forse inadeguato, alle piattaforme di welfare sociale. **Così** **i portali “** ***social*** **”** **hanno ancora una funzione prevalentemente informativa**, e con molta fatica riescono, nel cerchio virtuale del loro spazio, a realizzare transazioni, match domanda/offerta. La maggioranza  **informa e al più facilita ** **accordi che si compiono altrove**. Ecco perché **è importante conquistare la fiducia delle persone attraverso informazione e formazione**. Secondo Pasquinelli, **le piattaforme** che aggregano soggetti diversi (spesso cooperative sociali, ma, diciamo noi, tutte le piattaforme di welfare aziendale) e che offrono servizi sociali e sociosanitari, **hanno bisogno di una ** ***governance*** ** completamente nuova**. Chi rimane sul piano della somma dei soggetti coinvolti, tutti regolarmente presentati con indirizzo, telefono ecc., non può aspettarsi altro che una informazione in più: una vetrina in cui ciascuno continua a rivendicare la sua fetta della torta.

> Il salto di qualità avviene se ci si riesce a fondere in una entità nuova, capace di parlare con una voce, ma farsi conoscere, attraverso le proprie persone e i propri partner, i propri operatori ed i propri contatti.

Perché nulla di più umano è il rapporto di aiuto alle persone che lo richiedono e di lavoro giornaliero per il benessere delle stesse. **Nelle aziende, terreno a noi più noto, diremmo che un welfare aziendale senza politiche di people caring è un boomerang che crea probabilmente più danni che vantaggi**.  E’ anche qui che si gioca la sfida di un welfare  più prossimo, come scrive Sergio Pasquinelli, che ringraziamo, per farci riflettere su questo tema anche per noi fondamentale.

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